il 2023 vede il bicentenario della composizione del canto Alla sua donna di Giacomo Leopardi, il quale qualifica questa sua composizione “inno”, preghiera, una preghiera alla bellezza che in questa poesia prende forma nella figura ideale di una donna, una donna, però, che non si trova. L’opera viene composta in sei giorni, nel settembre del 1823, e in essa vediamo riflesse le esperienze vissute da Leopardi nell’ultimo anno: nuove e significative amicizie, la traduzione delle opere di Platone, il ritorno a Recanati da Roma, il desiderio di essere amato, la ricerca del senso della vita.

È questa una delle poesie che troviamo sistematicamente “censurata” nei testi scolastici, poco conosciuta e di difficile interpretazione, comunque una delle più belle e significative del poeta e chiave di volta per comprendere fino in fondo la genialità e la tensione al vero del Recanatese.

Il Centro Culturale Giacomo Leopardi di Recanati, che dirigo, è un’associazione culturale sorta nel 1981, con aderenti in tutta Italia, e tesa a far conoscere la vita e l’opera del grande lirico. In quest’ottica organizza per sabato mattina 21 ottobre 2023 alle ore 10 una conferenza aperta alla partecipazione di studenti delle scuole superiori presso il museo civico Villa Colloredo Mels.
Il taglio dell’evento è chiaramente educativo e non tecnico, finalizzato a far conoscere Leopardi nella sua peculiarità e genialità, non per distrarre, ma per edificare studenti e uditori vari, affinché si impegnino con quelle domande fondamentali della vita, che sono la stoffa della poesia leopardiana (Ed io che sono; nostra vita a che val?; Che di questi anni miei? Che di me stesso?; Questo affannoso e travagliato sonno che noi vita nomiam, come sopporti Pepoli mio?; O natura o natura perché non rendi poi quel che promette allor?…)

 L’evento vede la partecipazione di due esperti e appassionati di Leopardi:

Mario Elisei, recanatese, scrittore di testi su Leopardi e conferenziere del Centro Culturale. Ha pubblicato “Il mio amico Leopardi”, ” Il no disperato”, “Se la felicità non esiste che cos’è dunque la vita? ” e vari quaderni monografici sul poeta.

Ignacio Carbajosa, spagnolo di Cartagena, professore ordinario di Antico Testamento all’università San Damaso di Madrid. Ha pubblicato in Italia saggi su Leopardi insieme a Mario Elisei. La sua lettura leopardiana intende cogliere la profondità che c’è nella domanda di Leopardi e in quella di ogni uomo. L’evento avrà una durata di circa un’ora e 30 minuti. Sarà anche presentato, oltre al contesto che ha portato alla composizione del canto, l’autografo leopardiano Alla sua donna con tutta la sua particolarità compositiva.

Prof. Milena Tacconi

 

ALLA SUA DONNA

Cara beltà che amore

Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,

Fuor se nel sonno il core

Ombra diva mi scuoti,

O ne’ campi ove splenda

Più vago il giorno e di natura il riso;

Forse tu l’innocente

Secol beasti che dall’oro ha nome,

Or leve intra la gente

Anima voli? o te la sorte avara

Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

Viva mirarti omai

Nulla spene m’avanza;

S’allor non fosse, allor che ignudo e solo

Per novo calle a peregrina stanza

Verrà lo spirto mio. Già sul novello

Aprir di mia giornata incerta e bruna,

Te viatrice in questo arido suolo

Io mi pensai. Ma non è cosa in terra

Che ti somigli; e s’anco pari alcuna

Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,

Saria, così conforme, assai men bella.

Fra cotanto dolore

Quanto all’umana età propose il fato,

Se vera e quale il mio pensier ti pinge,

Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora

Questo viver beato:

E ben chiaro vegg’io siccome ancora

Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni

L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse

Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;

E teco la mortal vita saria

Simile a quella che nel cielo india.

Per le valli, ove suona

Del faticoso agricoltore il canto,

Ed io seggo e mi lagno

Del giovanile error che m’abbandona;

E per li poggi, ov’io rimembro e piagno

I perduti desiri, e la perduta

Speme de’ giorni miei; di te pensando,

A palpitar mi sveglio. E potess’io,

Nel secol tetro e in questo aer nefando,

L’alta specie serbar; che dell’imago,

Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

Se dell’eterne idee

L’una sei tu, cui di sensibil forma

Sdegni l’eterno senno esser vestita,

E fra caduche spoglie

Provar gli affanni di funerea vita;

O s’altra terra ne’ supremi giri

Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,

E più vaga del Sol prossima stella

T’irraggia, e più benigno etere spiri;

Di qua dove son gli anni infausti e brevi,

Questo d’ignoto amante inno ricevi.

Andiamo ora alla parafrasi.

  1. 1-11 Cara bellezza, che mi ispiri amore da lontano, da sempre nascondendo il volto, tranne che nel sonno, come un’ombra divina che mi scuote il cuore o come nei campi quando splende il sole e la natura irride alla bellezza. Forse tu hai reso beato il secolo che è stato chiamato “età dell’oro”; ora lievemente voli tra la gente come un’anima? o ancora, l’amara sorte che non permette a noi di vederti non sarà amara per coloro che verranno dopo di noi?
  2. 12-22 Non ho più speranza di vederti viva, o bellezza. Forse su nuove strade e dimore straniere, solo cioè morto, ti potrà vedere il mio spirito. Da giovane, fin da subito, ho pensato che tu potessi essere «viatrice», strada in questa terra, ma niente ti somiglia e se ci fosse sarebbe sempre meno bella di te, della bellezza che desidero.
  3. 23-33 Tra tanto dolore quanto all’umanità destinò il fato, se vera come ti immagino qualcuno ti amasse sulla terra, per lui il vivere sarebbe felice e ne sono certo, visto che ancora seguo lode e virtù come nella giovinezza, quando mi è sorto questo amore verso di te. Il destino non ci ha dato nessun conforto e con te la vita mortale diventerebbe come quella di chi sta in paradiso.
  4. 34-44 Per le valli dove giunge il canto dell’agricoltore che lavora, mentre io mi lamento del sogno giovanile che sta svanendo, e per i colli dove ricordo e piango i desideri perduti e la perduta speranza dei giorni che vivo, nonostante questo, mi sveglio e palpito per te (Bellezza) e in questo secolo tetro, che bella cosa poter avere sempre vivo questo desiderio di te, appagarmi della tua immagine, visto che il tuo vero volto mi è negato!
  5. 45-55 Se tu sei una delle idee eterne che l’Essere (l’eterno senno) non permette che tu ti faccia carne e mortale; provare lo stato umano, gli affanni e la vita che decade, se sei una di quelle idee che fa parte di un’altra terra, un altro pianeta, un’idea che sta in cielo, irraggiata da un’altra stella, più brillante del sole, e respiri un’aria più propizia della nostra; allora, da me, che faccio parte di questo mondo dove gli anni sono infausti e brevi, ricevi questo inno, ricevi questa preghiera, come grido di un tuo ignoto amante.

Prof.ssa Milena Tacconi

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