E’ riuscito a sconfiggere il covid-19 ed è già al lavoro Fitim Bendaj, albanese, 51 anni, conosciuto a Recanati, dove vive dal 2003, come Vittorio, infermiere prima e poi coordinatore del personale della Rsa. Nei primi giorni di marzo, quando si scoprì il primo focolaio di coronavirus nella struttura, che ha portato finora al decesso di 11 pazienti, anche lui fece il tampone e scoprì, così, di essere positivo. Immediatamente per lui è iniziato l’isolamento a casa.

“L’eroina, però, di tutta questa storia, racconta commosso Vittorio, è stata mia moglie Alketa Ranci”. La coppia ha anche due figli, Paulo 22 anni e Sarà 18. La moglie, un’albanese di 43 anni che dal 2011 lavora come infermiera libero-professionista alla Casa di Cura “Marchetti” di Macerata, ha comunicato subito all’azienda maceratese che, pur contro i suoi interessi, si sarebbe astenuta dal lavoro per prudenza anche se così ha dovuto rinunciare a due mesi interi di stipendio. “Da quel momento mia moglie mi ha fatto da infermiera riuscendo ad evitare il contagio in casa sia per lei che per i nostri due figli”.

Bendaj ha parole di ringraziamento “con tutto il cuore” per sua moglie “per lo straordinario lavoro cha ha fatto in questo periodo” ma anche di ammirazione per come è riuscita a muoversi con estrema professionalità fra le faccende di casa e il ruolo di infermiera nei suoi confronti e nel rispettare in maniera precisa tutte le norme di igiene e profilassi necessaria in caso di presenza di virus sia nella spesa che nello smaltimento dei rifiuti.

“Devo dire che intorno alla mia famiglia si è creata una rete perfetta di aiuti, dai nostri vicini, Roberto Smorlesi e Marco Nardi, al Cosmari, alla protezione civile e naturalmente ai miei fratelli che ci sono venuti in aiuto in questo lungo mese di isolamento”. Anche il figlio Paulo, studente universitario e contemporaneamente impiegato in un’azienda del luogo, volontariamente si è astenuto dal lavoro per evitare di essere un possibile portatore di virus.

“Per rientrare al lavoro, sia mia moglie che mio figlio, racconta infine Bendai, hanno veramente tribolato perché, essendo entrambi asintomatici, pur convivendo con me che ero stato positivo, l’Asur non ha voluto fare loro il tampone necessario per poter riprendere la loro attività. Siamo ricorsi allora a nostre spese al test sierologico e per fortuna per entrambi il responso è stato negativo e ora la nostra vita è ripresa regolarmente. Anche io sono ritornato al lavoro rinunciando anche ad alcuni giorni di convalescenza perché sapevo che la situazione alla RSA è difficile e in coscienza non mi sentivo di stare ancora lontano”.

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4 commenti

  1. Per scatenare le pattuglie dei vari corpi di polizia sulle strade a bloccare gli spostamente della gente, spesso in modo puramente vessatorio e pretestuoso, il denaro si è trovato. Per fare i tamponi alla gente, e quindi per limitare nei limiti del possibile il contagio portato dagli asintomatici, il denaro non c’era. Qualcosa non torna.

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