Gabriele Accattoli

Se fosse possibile stilare una classifica dei reati più brutti, ritengo indiscutibile che il femminicidio, la violenza sessuale, la violenza domestica per poi scendere verso lo stalking, siano una specie di fatti reato veramente subdoli, infami e indegni di coesistere con una società matura ed intelligente.

Spesso siamo distratti, dall’errato utilizzo del termine “femminicidio”, o quantomeno indotti a ritenere, che lo stesso si riferisca soltanto all’azione criminale, con la quale un uomo uccide una donna. Di fatto il femminicidio, è un’unica sfera semantica di significato che racchiude ogni pratica sociale che si manifesta con violenza fisica e psicologica, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita di una donna, con il fine di annientarne l’identità, attraverso l’assoggettamento fisico e psicologico, fino ai casi estremi dove si ha una vera e propria sottomissione o si arriva alla morte.

Da questo possiamo capire, che la violenza sulle donne si può manifestare in diverse e molteplici forme, più o meno crudeli e subdole, che non per forza devono lasciare segni visibili sul corpo. Ma quello su cui dobbiamo fare attenzione, che se pur strano e troppo poco considerato, è che il femminicidio non viene solo per opera dell’uomo, ma può arrivare anche dalla società, che favorisce il fenomeno, o in taluni casi lo provoca, attraverso le sue discriminazioni, i suoi stereotipi o le sue istituzioni.

Se andiamo a guardare i sempre più crescenti casi di violenza fisica sulle donne, con l’omicidio in primis, nella nostra società democratica, civilizzata e culturalmente avanzata è difficile da capire, ammettere e razionalizzare quello che ho detto sopra. La nostra società prevede, o ritiene, che le nostre questioni affettive, familiari e di coppia, vengano relegate ad una dimensione privata, quando invece è innegabile che molte donne subiscono violenza solo in quanto essere “donna”.

Possiamo allargare la visione del femminicidio alla violenza di genere; quella in ambito familiare è sicuramente la più statisticamente provata, ma spesso non salta agli occhi, non si osserva, rimane sottotraccia, più nascosta, come ad esempio incesti e gravidanze forzate, a fronte invece di stupri, violenza sessuale e molestie. Si tratta di un fenomeno trasversale, che va ad interessare tutte le classi sociali, perché si va ad incuneare nel nucleo base su cui si fonda la nostra società, la famiglia, e proprio per il suo essere come fatto familiare, spesso passa inosservato, o peggio, fa paura chiamare il fenomeno con un termine così terribile, fa paura ammettere una terribile realtà, il femminicidio.

È importantissimo parlare di femminicidio, se non altro per infrangere un tabù ed affrontare un problema molto serio. Ciò serve a far crescere la concezione, che la violenza di genere, non è imputabile ad un mostro, alla strada, ma è da ricercare in radici più profonde di quanto si può immaginare o si voglia far credere.

Quando parliamo di femminicidio, quindi, evidenziamo un problema che trova le sue radici nella giustizia, nella politica, nell’economia e nella cultura; fin quando la donna sarà discriminata dallo Stato, dalle leggi, dalla società, dal mercato, avrà sempre una vita precaria che va ad evidenziare e forgiare, uno status deficitario che la pone in una condizione di inferiorità in determinate relazioni sociali, familiari e lavorative e di conseguenza, fa sentire gli uomini, primi tra tutti quelli che con le stesse condividono relazioni più vincolanti, nel diritto di discriminarla, maltrattarla, violarla ed in fine assassinarla.

Il femminicidio, la violenza sulle donne, quindi possiamo inquadrala come un fatto sociale che si determina da una relazione di potere. L’espressione e presentazione massima di questo fenomeno, così inteso, è più visibile in quelle società con matrice patriarcale o quelle dove la divisione in classi sociali è più forte e consolidata, ovvero in quelle società dove la differenziazione di uguaglianza o disuguaglianza è più marcata, dove chi si trova in una posizione subordinata diventa vittima di discriminazioni, ingiustizia e violenza.

In questo scenario di organizzazione sociale si va a maturare e fondare la concezione della donna come oggetto violabile, ovvero come un oggetto sul quale si ha il predominio ed il dominio, portando la donna, vittima, ad essere limitata nelle proprie espressioni, nelle decisioni e nell’agire.

Per questo, abbiamo una concezione che sfocia in imperativi di tipo culturale, sia quando il contesto sociale di riferimento è di tipo maschilista o patriarcale, sia quando di tipo religioso, che portano la donna ad una condotta determinata da decisioni altrui, che sia di fatto che di diritto vanno ad imporre su di essa, la loro volontà anche con il ricorso alla violenza fisica.

Se facciamo una piccola riflessione su quanto ho detto sopra, non può non emergere che l’atto violento che ha come epilogo la morte, è solo la punta di un iceberg, dove la parte più imponente del fenomeno rimane nascosto, mal documentata dai media e dalle statistiche. Fa orrore, ed è giusto che così sia, ascoltare dai TG che una donna è stata uccisa dal marito o compagno, ma troppo spesso non riusciamo a comprendere quante altre donne, in silenzio, nell’ombra, lontano dalla vista, soffrono e subiscono violenze siano esse di natura fisica che di natura psicologica. Ma ancor più spesso, quel “lontano dalla vista” diventa una volontà omissiva di non voler vedere quello che succede, ritenendo che il fatto ricada nell’ambito di una dimensione privata, di un aspetto familiare, dove noi pensiamo di non dover mettere bocca, inconsapevoli che praticamente diventiamo complici di quel fenomeno di violenza, di femminicidio, omettendo la nostra denuncia a chi di dovere.

Per questo non basta, se pur già tanto, il semplice parlarne, ma l’impegno per una sana società democratica, e per ogni singolo individuo della società, dovrebbe essere quello di adoperarsi materialmente, affinché certi fenomeni che vediamo, ma non volgiamo vedere, non restino chiusi tra le mura dell’abitazione della malcapitata, ma vengano portati alla luce dando il proprio contributo materiale.

Per questa tipologia di reato, entrando nella materia a me più compiacente, le indagini di criminalistica in primis, purtroppo devo osservare che questo è materialmente possibile solo quando il fatto diventa estremo, ad esempio quando si ha davanti una vera e propria reclusione della donna o, peggio ancora, quando si arriva all’omicidio. In questi casi, e pochi altri, si può parlare di scena del crimine e di conseguenza dell’esecuzione di tutte le attività fattibili su di essa.

Per i casi più nascosti, dove non abbiamo una vera e propria violenza fisica che sfoci in un omicidio, ma la stessa è limitata a quella psicologica di sottomissione, maltrattamento psicologico e percosse, l’attività investigativa deve per forza di cose avere origine da una denuncia. Troppo spesso le vittime non fanno questo passo, per paura, vergogna o altro, non si rivolgono alle competenti autorità, ed è qui che diventa fondamentale il contributo che ho detto sopra, dato da cittadini che direttamente o indirettamente vengono a conoscenza del fatto e che potrebbero agire in due modi; stare vicino alla vittima aiutandola a convincersi di denunciare quanto sta accadendo, o informare le dovute autorità del fatto criminoso.

Per quanto concerne i rilievi tecnici, fermo restando gli eventi criminosi che ho detto sopra, si hanno margini di operatività nel caso di violenze sessuali. In questo caso se esiste una scena del crimine, ovviamente, si dovranno approntare tutti i rilievi specifici per il fatto criminoso, tra i quali trovano particolare importanza i rilievi fotografici, la ricerca di tracce biologiche, la repertazione e la conservazione delle stesse, nonché il sequestro e relativa conservazione di indumenti intimi e non.

Relativamente alle indagini per violenza sessuale, ci si deve attenere ad un protocollo ben delineato che riguarda sia l’aspetto medico, sia quello investigativo, il “cd” protocollo anti-stupro.

La prima cosa da tener presente è che la vittima di una violenza sessuale, deve essere assistita e gestita da personale femminile, preparato ad affrontare tematiche di questo tipo, riguardo l’accoglienza della donna vittima, sia per l’aspetto medico che nell’affrontare le attività d’indagine. È fondamentale la scelta del luogo dove accogliere la vittima, che deve garantire riservatezza. Si deve garantire disponibilità all’ascolto, evitando domande intrusive, non si devono prospettare giudizi di qualsiasi genere, lasciando la liberta alla vittima di dire quel che vuole, garantendo alla vittima la restituzione della sua dignità e valore personale.  Deve essere prospettata e proposta alla vittima, con il supporto di una psicologa specializzata in casi di violenza, la possibilità di invio presso una casa di accoglienza o la presa in carico di un centro antiviolenza, e la vittima è libera di scegliere se aderire o no.

Il protocollo anti-stupro, in sintesi, prevede sei passaggi precisi, ovvero: scheda anamnestica; esame obbiettivo fisico e psichico; raccolta di documentazione fotografica; esecuzione di prelievi; conservazione di indumenti anche intimi e di materiale biologico; procedura per una corretta custodia.

Oggi mi fermo qui, nei prossimi articoli approfondirò le indagini in seno alle violenze sessuali ed il fenomeno dello stalking.

Accattoli Gabriele

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2 commenti

  1. Penso che tra i colpevoli dell’assordante silenzio sulle quotidiane violenze che le donne subiscono, come detto molto bene nell’articolo, da Stato, leggi, società, mercato, vada aggiunta la religione, almeno come essa fino ad ora si è mossa . Ricordate il famoso imperativo ” sacrificarsi per salvare la famiglia”, la sposa sia sottomessa etc. Questo tipo di mentalità non è per nulla scomparsa, anzi.

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