Gabriele Accattoli

 

Il caso che voglio trattare oggi è un po’ particolare, primo per l’età della vittima che aveva solo 17 anni, secondo perché a distanza di tre anni il caso non è stato ancora chiuso, non è stato definito se si tratta di atto volontario, suicidio, o di omicidio, anche se da indiscrezioni sembra che gli inquirenti e Procura siano più indirizzati verso l’atto volontario.

 

Marco Cestaro, un ragazzo di 17 anni, residente a Villorba (TV), frequenta l’Istituto Alberghiero di Lancenigo (TV), nel pomeriggio del 16 febbraio 2017, viene rinvenuto a margine della linea ferroviaria Venezia-Udine, agonizzante, e morirà dopo quattro giorni in ospedale.

Da subito, purtroppo come spesso succede per prassi, si parla di suicidio, di atto volontario, e le indagini partono verso quella direzione. Ma i dubbi sono tanti, veramente tanti che, alla fine, anche la Procura ci sta andando con i piedi di piombo. Infatti nonostante siano trascorsi tre anni dall’episodio, ancora non è stato decretato alcun atto giudiziario di fine indagini, tutto è aperto, anche se i familiari temono che l’indirizzo più propenso della Procura sia quello dell’atto volontario.

Marco Cestaro

Prima di scendere nei dettagli dell’accaduto vediamo chi era Marco; viveva con la mamma e due fratelli, veniva da una bruttissima esperienza familiare, il padre pochi mesi prima si era tolto la vita, una famiglia fortemente religiosa, Cattolico Cristiana. La forte fede era anche dimostrata da immagini sacre collocate nel giardino, tra cui una grande croce, e dal fatto che Marco a dire della mamma e di una sua professoressa, dormiva stringendo un crocefisso.

La mamma è senza dubbio una figura chiave per presentare la persona di Marco, sicuramente una brava donna, seria e fortemente provata da due lutti troppo vicini, però, con il dovuto rispetto, preferisco prendere in considerazione le descrizioni ed informazioni che ha dato su Marco la sua professoressa, che ritengo una fonte superpartes. Avevo già parlato in un altro articolo del romanzo “La figlia silenziosa” scritto da Sarah A. Denzil, dove una mamma non crede al suicidio della figlia ritenendo di conoscerla perfettamente, ma poi quando si trova a leggere il diario segreto della ragazza scopre tutta un’altra persona; non voglio dire che la mamma di Marco possa essere inquadrata in questo modo, però, a scanso di interpretazioni potenzialmente inquinate da tanto sentimento, preferisco delineare il giovane ragazzo secondo la presentazione data dalla professoressa.

La professoressa aveva con Marco un rapporto molto forte, l’aveva preso a cuore dopo la vicenda della scomparsa del padre ed aveva istaurato un rapporto confidenziale molto robusto. La stessa presenta Marco come un ragazzo sincero, incapace di mentire, aperto al confronto e, a quanto pare, molto in confidenza con la stessa anche per questioni diverse dalla didattica. La professoressa dice che il giorno prima dell’incidente, Marco gli aveva chiesto cosa sapeva sul satanismo, lei si era sentita impreparata ed imbarazzata, rinviando al giorno dopo la discussione. Marco spiegava quella sua domanda come effetto ad una paura che lo opprimeva, disse che l’estate precedente aveva partecipato ad un rave-party dove, secondo lui, i ragazzi presenti invocavano Satana, temendo che quel rito lo avesse introdotto nel satanismo, andando a provocare del male a lui ed alla sua famiglia.

rave party

Secondo la professoressa Marco era spaventato e scioccato da quell’evento e da quel gruppo di ragazzi. Probabilmente Marco era dentro quel giro, molto più di quanto disse alla professoressa, infatti la sua esperienza con uno pseudo gruppo satanista non si era fermato a quel rave-party, ma era andato oltre, partecipando ad una chat di satanisti e, probabilmente, facendo anche da presta nome per l’acquisto online di sostanze stupefacenti sintetiche.

La partecipazione alla chat poi la riprendo più avanti, riguardo lo stupefacente, invece, si deve evidenziare una circostanza molto particolare, che potrebbe poi essere addirittura la chiave di volta di tutta la vicenda. Il giorno prima della disgrazia arriva a casa di Marco, tramite un corriere, un pacco contenente delle sostanze stupefacenti sintetiche, la mamma se ne accorge, le toglie al figlio, probabilmente le distrugge e cerca di istaurare un confronto dialettico con lo stesso. La preoccupazione di Marco non è per il fatto che la mamma aveva scoperto quell’acquisto, a lui non interessava non essendo un consumatore, infatti gli accertamenti tossicologici in esame autoptico, dicono che Marco non era un consumatore di sostanze stupefacenti, ma quello che lo affliggeva era che quel materiale doveva consegnarlo a chi lo aveva incaricato di acquistarlo, magari, avendogli anche anticipato il danaro, e questo lo spaventava a morte.

droga sintetica

Il giorno dopo Marco non va a scuola, nessuno sa dove è andato, con chi è andato, non c’è nessun testimone, nessun amico in grado di dare indicazioni sulla giornata trascorsa da Marco, l’unica certezza è che nel tardo pomeriggio viene ritrovato vicino alla ferrovia agonizzante.

Qui scendiamo nei particolari del rinvenimento e delle condizioni di Marco. Il ragazzo giace a terra, poco distante dalla linea ferroviaria, a circa 500 metri dalla stazione ferroviaria di Lancenigo (TV), a pochissima distanza dall’Istituto alberghiero che frequentava, a circa un chilometro dalla sua abitazione. Giace in posizione prona, con le braccia distese lungo i fianchi, non indossa il maglione ed il giubbotto con il quale era uscito da casa, non si trova il cellulare, e non sarà mai trovato. Sul corpo, come poi confermerà l’esame autoptico, viene riscontrata la frattura di ambedue gli arti inferiori, delle dita delle mani, una lesione lacerocontusa sul collo e lesioni sul torace e su un braccio compatibili a scottature afflitte con mozziconi di sigaretta.

stazione ferroviaria di Lancenigo

Non sono riuscito a risalire alla ricostruzione delle lesioni da parte del patologo incaricato dalla Procura, mentre per i periti di parte incaricati dalla mamma, le lesioni possono essere state prodotte anche con un’ascia per la rottura degli arti inferiori e dei piedi, e la lesione lacerocontusa sul collo, è stata prodotta con uno strumento da taglio, con lama seghettata. Ugualmente per la causa della morte, non sono riuscito a risalire a quale fosse secondo il patologo legale incaricato dalla procura, mentre, per i periti di parte la causa della morte è da attribuire a grave choc emorragico con perdita di tre litri di sangue in politrauma. La cosa più inquietante, a cospetto della tesi del suicidio, è che secondo i periti di parte l’aggressione sia avvenuta in un luogo diverso da quello del rinvenimento, e ad opera di più persone, almeno tre; la quantità di sostanza ematica sul luogo del rinvenimento del corpo di Marco è talmente cospicua, da lasciare ipotizzare che le lesioni e l’accanimento su di esso, siano state prodotte in un luogo diverso da quello del rinvenimento e lì trasportato successivamente per inscenare il suicidio.

            Altro aspetto molto importante è la mancanza di lesioni, traumi o altro sul resto del corpo, il volto, il torace e la schiena non presentano lesioni, o quanto meno apprezzabili segni compatibili con un corpo che urta contro un treno che viaggia a 140 km/h…….

In tutta sincerità, nella mia lunga esperienza di Polizia, 33 anni nella Polizia Scientifica ed i primi due della mia lunga esperienza proprio nella Polizia Ferroviaria, ho avuto parecchie occasione di intervenire per il rinvenimento di cadaveri, a seguito di investimento ferroviario, credetemi, i segni lasciati sui corpi, ed in tanti casi sui resti dei corpi dilaniati per tratti anche di decine di metri, non sono assolutamente quelli evidenziati sul cadavere del giovane Marco, e mi resta molto difficile poter apprezzare quelle lesioni, e solo quelle, come conseguenza di un investimento ferroviario.

Se di investimento si trattasse le tipologie di impatto potrebbero essere tre, impatto frontale con la locomotiva del treno, con il corpo disteso sulle rotaie in attesa che arrivi il treno, o lanciandosi contro i vagoni in corsa.

Nel primo caso l’impatto sarebbe stato violentissimo, il treno viaggiava a 140 chilometri orari, il corpo sarebbe stato sbalzato con violenza riportando fratture generalizzate in tutto il corpo o risucchiato sotto il treno e maciullato. Nel secondo caso le parti del corpo che sarebbero capitate tra le rotaie e le ruote dei vagoni, avrebbero avuto delle nette amputazioni con distacco di parti del corpo, nonché, anche qui il possibile risucchio e quindi maciullamento delle carni. Per il terzo caso, quello eventualmente più compatibile al caso di Marco, si avrebbero avuto lesioni di impatto contro la fiancata dei vagoni con un rimbalzo del corpo verso l’esterno della linea ferroviaria, da questo impatto si avrebbero avuto varie lesioni, sicuramente in tutto il corpo, e la posizione di rinvenimento sarebbe sicuramente scomposta e non adagiata con cura, prona e braccia distese lungo i fianchi. Secondo me la ricostruzione dei periti di parte rispecchia ampiamente una possibile verità sull’accaduto.

Altro aspetto di non poco conto, che può avere due diverse interpretazioni, è il rinvenimento del maglione e del giubbetto di Marco. Questi indumenti vengono rinvenuti dallo zio della vittima tre giorni dopo il rinvenimento del corpo, dall’altra parte della linea ferroviaria rispetto alla posizione del rinvenimento di Marco. Con molto sgomento, per me, due possono essere le spiegazioni; chi ha eseguito gli accertamenti sulla scena del crimine non ha approfondito con la dovuta attenzione gli stessi, quindi fatti frettolosamente e con scarsa attenzione, forse perché già avevano stabilito “..tanto è un suicidio…”; oppure, gli investigatori hanno fatto perfettamente il loro lavoro, quei vestiti lì non c’erano, e sono stati portati in un momento successivo dagli autori dell’aggressione. Fatto molto interessante per la ricostruzione della dinamica e dell’accaduto, lo possiamo trovare anche nelle condizioni in cui è stato rinvenuto il giubbetto, ovvero, completamente rovesciato come se sia stato tolto tirandolo dal colletto e sfilato da dietro………

Questa è la ricostruzione del rinvenimento, parzialmente integrata da quella valutata dai periti di parte, ma in tutto questo, cosa c’entra il satanismo? Avevo detto di quell’acquisto di stupefacente forse per conto di altri, poi non consegnato perché alienato dalla mamma, ma perché nella storia si fa cenno al satanismo?

Avevo detto sopra che Marco non si era limitato a partecipare ad un rave-party, ma partecipava ad una chat apparentemente ispirata al satanismo o comunque con contenuti e dialoghi ambigui. Dopo la morte di Marco la mamma riattiva la sim telefonica di suo figlio che, probabilmente era andata persa con il telefono mai trovato e da lì risale ad una chat dove Marco partecipava. La chat di gruppo denominata “+256”, rivela dei messaggi molto importanti che, con molta probabilità, potrebbero avere a che fare con la morte del giovane. Ho trovato un po’ di confusione sulla collocazione temporale di un colloquio, comunque risalente a qualche giorno prima del fatto o addirittura alle 01.57 della notte prima. Gli interlocutori dovrebbero essere tre persone diverse che scrivono: “A” – poi vorrei essere l’addetto alla crocefissione di Gesù; “B” – ma devo farlo io ?; “C” la morte; “B” – quindi io; “C” – Noi; “B” – due insieme va bene El Nazzareno.

            Parlavano di Marco? Era una sciocca ed idiota conversazione o c’era qualcosa di fondato? Chi erano gli interlocutori? In particolare per questa ultima domanda non so se ci sono mai state risposte, non ho trovato tracce di ciò……però, quel riferimento a “Gesù” ed “El Nazzareno”, potrebbe avere riscontro nella forte fede di Marco ed il suo legame al crocefisso, o, addirittura, all’enorme croce presente nel giardino della sua abitazione.

Altro elemento importantissimo è ricostruito dalla testimonianza di una ragazza; anche qui devo rimanere sul vago non avendo potuto approfondire con chi si era confidata, a chi aveva espresso questa sua conoscenza e se gli organi inquirenti hanno perseguito questa traccia.

La ragazza dice: “ ho un compagno di banco particolare che disegna croci capovolte, scrive tante volte 666 in sequenza e disegna volti con corna. Lui fa parte di un gruppo rock e frequenta queste feste e raduni. Un giorno, a distanza di tempo dalla morte di Marco, mi ha confidato che in una di queste feste ha sentito un ragazzo che si vantava di aver fatto del male ad un giovane di 17 anni di nome Marco….”

            Purtroppo nella ricerca di elementi giornalistici per provare a ricostruire il caso, ho trovato diverse, troppe, circostanze che si contraddicono tra loro. Una riguarda il rinvenimento del giubbetto, alcune testate giornalistiche dicono che è stato ritrovato, senza indicare da chi e quando, ben composto e piegato, mentre altre dicono che il rinvenimento è stato fatto dallo zio alcuni giorni dopo, e le immagini che sono state divulgate presentano un capo di abbigliamento buttato a terra alla rinfusa. Poi altre fonti dicono che la sua professoressa avrebbe ricevuto nella mattina della scomparsa un sms da Marco, dove manifestava un forte disagio esistenziale; la professoressa, intervistata dalla trasmissione di “Chi l’ha visto?”, Rai tre, non riferisce assolutamente questo, bensì parla di un veloce contatto via sms dove lei gli chiede se quella mattina fosse andato a scuola, e Marco si limita a dire “sì”, senza aggiungere altro.

Marco Cestari dalla trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”

Che Marco soffrisse per la morte del padre, avvenuta ad ottobre dell’anno prima, suicida gettandosi sotto un treno, è una cosa ovvia e comprensibile, ma arrivare a dire che lui si sentiva in colpa per il gesto di suo padre emulandolo, senza nessun riscontro di memorie, giustificazioni, lettere ecc., potrebbe essere eccessivo o scontato nel voler dare, per forza, una giustificazione celere alla vicenda.

Poi ci sono due cose che mi lasciano perplesso, l’iscrizione sul registro degli indagati dei macchinisti, per omissione di soccorso, e le dichiarazioni del Procuratore titolare delle indagini. Non capisco, e sinceramente credo poco, il motivo e quindi la possibilità, che i macchinisti si siano accorti dell’investimento e non abbiano bloccato il treno richiedendo i soccorsi. Loro non avrebbero avuto alcuna responsabilità per l’eventuale investimento, quindi perché non adoperarsi per avvisare? Non mi è mai capitato di sentire una cosa del genere, anzi, per ogni investimento ferroviario che sono intervenuto per lavoro, sono sempre stati i macchinisti o capo treno a dare l’allarme.

Concludo con le dichiarazioni del procuratore “..Non mi pare ci siano gli elementi sufficienti per considerare una eventuale azione da parte di terzi….“. Quel “…non mi pare…”, secondo il modo di valutare e studiare un fatto criminoso, secondo me, non esprime un giusto approccio alla vicenda, se andiamo a guardare gli elementi presenti, forse, nessuno è sufficiente per delineare un suicidio tanto quanto per definire l’accaduto come opera violenta di terzi, e perché propendere verso una scelta investigativa e non verso l’altra? Perché non approfondire meglio tante circostanze interessanti e contraddittorie tra loro? Il tutto a fronte della ferma convinzione della mamma “…mio figlio è stato ucciso…”.

Ogni sentenza, sia essa di condanna, di assoluzione o di archiviazione, dovrebbe seguire, sempre, la logica del diritto penale che si basa su “al di sopra di ogni ragionevole dubbio”, cosa non compatibile con un semplice non “mi pare……”.

Qui termino e rimando ad un altro caso per il prossimo articolo.

Accattoli Gabriele

 

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5 commenti

  1. Complimenti per la serie di articoli. Potrebbe scrivere qualche cosa sulle indagini relative al pozzo da irrigazione trovato “pieno” di cadaveri nei pressi dell’hotel House a Porto Recanati? Il fatto mi sembra terribile e troppo rapidamente caduto nel dimenticatoio o peggio archiviato.

    • Mi associo nel fare i complimenti all’ articolista! A lei anonimo 13,34 invece devo dire che è un disinformato e che oltre ai complimenti ha scritto solo baggianate. Non si tratta di un pozzo di irrigazione, non era pieno di cadaveri ma di qualche frammento osseo della ragazzina uccisa dal fidanzatino bengalese fuggito da tempo. La procura ha chiuso le indagini con l accusa di omicidio per Il ragazzo tornato in Bangladesh..Legga, legga.

  2. Il pozzo nei pressi dell’hotel house, secondo un comunicato ANSA del 1/4/2018 conteneva ossa di un bambino e almeno altre due persone. Non sarà stato proprio pieno però…..Il fidanzatino della minore è stato dapprima fermato, poi rilasciato, e soprattutto lasciato libero di uscire dall’Italia. Il processo per l’omicidio si è svolto, si sta svolgendo o si svolgerà? la ragazzina, minorenne, era scomparsa nel 2010 e il rinvenimento del cadavere se non sbaglio è avvenuto in modo piuttosto fortuito soltanto nel 2018 nei pressi del luogo dove era stata vista l’ultima volta. Se l’anonimo delle 20.07 ne sa di più, ne scriva. Io non ne so nulla se non che c’è un assassino in libertà e che non mi sembra una pagina esaltante della giustizia italiana.

    • Lei si affida alle notizie ansa…Lei ha scritto pozzo pieno di cadaveri. Lei ha scritto fatto caduto nel dimenticatoio .
      Non chieda informazioni qui ,non le troverà.
      Vada in procura, si documenti e vedrà che non scriverà più baggianate anonimo 18,23.

  3. Vogliamo anche dire che forse la minore non è stata cercata con molto zelo perchè era straniera, perchè la famiglia era poverissima, perchè i media se ne sono occupati molto poco? Ricordo solo una intervista molto accorata di una insegnante della minore, ma chi può aggiunga qualche cosa. L’assassino non è ancora assicurato alla giustizia. Possibile che nessuno abbia sentito, visto, ipotizzato qualche cosa?

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